Famiglie unipersonali, sfida per la società e le chiese

 
 

Tutti insieme allegramente seduti intorno ad una tavola imbandita. Se si pensa alla famiglia all’italiana, si immaginano subito nuclei familiari numerosi con vecchi e bambini, zii e cugini, padri e madri che mangiano e parlano con gusto.

 

Forse era vero un tempo, ma i dati della società italiana dicono altro. Attualmente, la forma più diffusa di famiglia in Italia è la famiglia unipersonale, cioè una famiglia composta da una sola persona. 


A dirlo sono i dati demografici dell’Istat relativi all’anno 2024 rilasciati il 31 marzo. Giovani studenti, single e anziani rimasti soli compongono il 36,2% del totale dei diversi modelli di famiglia. Un altro 20% è composto da coppie senza figli e una famiglia su dieci è composta da un genitore solo con figli a carico. Le coppie con figli che vivono insieme sono il 29% del totale. 


Quella della famiglia unipersonale è quindi il nuovo scenario di famiglia che si va delineando nel nostro Paese. Ovviamente si tratta di una definizione impropria utilizzata per indicare una persona che vive in autonomia, sganciata da altri nuclei familiari e che quindi risulta essere, statisticamente, “famiglia a sé”. 


Accanto a questa atomizzazione della famiglia i dati registrano un ulteriore calo della natalità e della fecondità, un progressivo invecchiamento della popolazione e un aumento sia dell’emigrazione che dell’immigrazione. Il quadro non è dei più fiorenti.


Nel 2020, durante il lockdown da covid, è stato pubblicato un saggio dell’economista Noreena Hertz, dal titolo Il secolo della solitudine. L'importanza della comunità nell'economia e nella vita di tutti i giorni, Milano, Il Saggiatore 2020. Il saggio ha ovviamente un taglio di analisi economica, ma scorrendone le pagine, emergono decine di ricerche e casi di studi condotti in diverse aree del mondo. 


Da esse emerge la progressiva disgregazione di tanti tipi di tessuto sociale che hanno portato la solitudine ad essere uno dei problemi del secolo. Non si tratta di essere single o alla ricerca di un partner, ma di una mancanza generale di reti sociali che vedono l’individuo agire nel mondo come singolo. Il senso di appartenenza che fino al secolo scorso molti riversavano in organizzazioni politiche, sociali e culturali è stato sostituito con il senso di solitudine e di smarrimento in società frammentate. Gli effetti sono maggiori rischi per la salute sia mentale che fisica, incapacità relazionali, la virtualizzazione di ogni tipo di rapporto e un generale “incattivimento” e senso di diffidenza verso il mondo esterno al sé.


Hertz mette in evidenza che nel nostro secolo una parte molto ampia della vita sociale è stata ridotta a transizione economica. Le categorie del “conviene” o “non conviene” sono sfociate nel modo in cui pensiamo anche a beni e valori non economici come lo sposarsi e/o avere figli o, più in generale, ad intrattenere relazioni sociali non finalizzate al lavoro o a scopi utilitaristici. 


In effetti, anche le politiche per la natalità si orientano sempre sull’aspetto economico e le ricerche mostrano che chi rinuncia a sposarsi o ad avere figli lo fa, in gran parte, perché queste scelte danneggiano le aspirazioni professionali e le aspettative economiche. Queste analisi econometriche tendono a vedere solo un risvolto ma sono cieche e mute sull’aspetto culturale.


La presenza di famiglie unipersonali come zoccolo duro della società italiana, che fino a 20 anni fa rappresentavano una parte minima della popolazione, allora apre nuove domande e scenari che interrogano anche le chiese evangeliche. 


Si tratta infatti, prima di tutto, di portare avanti una controcultura sulla famiglia ancorata alla visione biblica di essa e che ne esalti il valore come istituzione creata da Dio, piuttosto che come disvalore rispetto alle ambizioni personali. La famiglia è basata sull’unione pattizia tra un uomo e una donna che si aprono alla genitorialità. Lo insegniamo nelle chiese come valore? Favoriamo la nascita di coppie? Incoraggiamo la natalità? Sosteniamo i giovani genitori? Creiamo reti di sostegno e protezione per le famiglie? 


In secondo luogo, le chiese devono predisporsi ad accogliere le sfide e le opportunità di un “cambio demografico interno” che potrebbe vedere sempre più persone single in varie fasce d’età essere parte della chiesa. Il consulente biblico Lou Priolo, nel suo piccolo libro Solitudine. Connettersi con Dio e con gli altri, Caltanissetta, Alfa&Omega 2023, parla della solitudine come dell’epidemia del secolo e offre spunti di riflessione per persone che vivono e sperimentano il senso di solitudine anche nella comunità cristiana. La fede cristiana valorizza il celibato e il nubilato come chiamate a vivere per Dio e per gli altri. Nella chiesa si può essere single ma non si deve mai essere soli